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FILOSOFI E ORATORI. FILOSOFIA NELLA RETORICA, RETORICA NELLA FILOSOFIA

Adelino Cattani

Università di Padova

(Italia)

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Abstract                                                                                                                             

L'intervento prende le mosse dal duplice quesito: "Se e quanta filosofia ci sia nella retorica e se e quanta retorica ci sia nella filosofia". La domanda può suonare sorprendente, perché tra filosofia e retorica c'è sempre stato antagonismo. Lo scontro tra filosofi e oratori verte essenzialmente sul rapporto pensiero/linguaggio e sulla rispettiva concezione di bene: il parlare "bene" dei filosofi e il parlare "bene" degli oratori/retori. Per il filosofo il bene dicendi consiste nel dire il vero e il giusto, per l'oratore consiste nel comunicare in maniera persuasiva. La verità, la "nuda verità", anche quella filosofica, dovrebbe parlare da sè e non dovrebbe avere bisogno di orpelli retorici. Ma una considerazione sia storica sia teorica attesta che la retorica non è assente dalla filosofia. Anzi si può sostenere che ogni argomento filosofico è inevitabilmente retorico e la retorica è una forma di filosofia. Perché, per dirla aforisticamente: bisogna avere ragione e bisogna saperla esprimere, ma non basta; bisogna anche riuscire a farsela riconoscere.

Parole chiave: filosofia - retorica - eloquenza - oratoria - dibattito.

Abstract

The exposition is based on a double question: "If there is philosophy in rhetorics and if there is rhetorics in philosophy, and in what sense this existence occurs". The question may cause surprise, because between philosophy and rhetorics there has always been antagonism. The confrontation between philosophers and orators is essentially centered in the relation between thinking and language and its respective conception of bene: the "wellspeaking" of philosophers and the "wellspeaking" of orators/rhetors. For the philosopher bene dicendi consists of saying the truthful and the just; for the orator it consists of communicating in a persuasive way. Truth, "naked truth", should speak by itself without needing rhetorical tinsels. However, an historical and theorical consideration proves that rhetorics is not excluded from philosophy. It also can be held that each philosophical argument is inevitabily rhetorical and that rhetorics is a way of philosophy. For all these things, saying it in a way of aphoristic way: it is necessary to be right and to say rightly, but it is not enough: is is also necessary to be able to make it being recognised.

Keywords: philosophy - rhetoric - eloquence - oratory - debate.

Resumen

La exposición se basa en una doble pregunta: "Si hay filosofía en la retórica y si existe retórica en la filosofía, y en qué medida se da dicha existencia". La pregunta puede sorprender, porque entre la filosofía y la retórica siempre ha habido antagonismo. El enfrentamiento entre los filósofos y los oradores se centra esencialmente en la relación pensamiento/lenguaje y en su respectiva concepción del bene: el hablar "bien" de los filósofos y el hablar "bien" de los oradores/rétores. Para el filósofo el bene dicendi consiste en decir lo verdadero y lo justo, para el orador consiste en comunicar de manera persuasiva. La verdad, la "verdad desnuda", también la verdad filosófica, debería hablar por sí misma y no debería necesitar oropeles retóricos. Sin embargo, una consideración tanto histórica como teórica demuestra que la retórica no está ausente en la filosofía. También se puede sostener que cada argumento filosófico es inevitablemente retórico y que la retórica es una forma de filosofía. Porque, para decirlo aforísticamente: es necesario tener razón y saberla expresar, pero no es suficiente; se necesita también ser capaz de hacerla reconocer.

Palabras clave: filosofía - retórica - elocuencia - oratoria - debate.


    Una delle finalità dichiarate di questo Foro è riflettere sui rapporti tra retorica e altre discipline. Mi sono riproposto quindi di esaminare il rapporto tra filosofia e retorica e in particolare di cercare di rispondere all'interrogativo "Se e quanta filosofia ci sia nella retorica e se e quanta retorica ci sia nella filosofia".

    A tale fine consideriamo in primo luogo che cosa ha fatto/fa chi pratica la filosofia e che cosa ha fatto/fa chi pratica la retorica.

    Che cosa fanno, oggi, i retori? Dopo una lunga eclissi, la retorica è tornata prepotentemente tornata alla ribalta del sapere in due forme: come "teoria generale del discorso e della comunicazione" (retorica come tecnica pregnante e totalizzante, l'impero della retorica, più vasto e più tenace di qualsiasi impero politico -Barthes-) e come "teoria dell'argomentazione" (retorica come antidoto alla violenza e garanzia della democrazia, la retorica delle "buone ragioni" di Perelman).

    Che cosa fanno i filosofi? Qualcuno, molto autorevole, ha sostenuto, semplicisticamente e drasticamente, che la filosofia è morta, che non ha più nulla da dire: ci basta, ci occorre la scienza per spiegare il mondo (Hawking e Mlodinow, 2010). Ma per fortuna qualche filosofo in circolazione c'è ancora. Che cosa fa?

    Dimostra? La risposta è chiaramente no, perché la filosofia è storicamente una sequenza ininterrotta teorie rivali e di pensatori in contrasto fra di loro.

    Spiega? La risposta è: cerca di spiegare, ma la sua spiegazione non è mai definitiva; mai un filosofo risponde con un sì o un no decisivi. E pretenderlo sarebbe come chiedere ad un tennista di fare goal, per usare una celebre immagine di origine neopositivistica.

    I filosofi non dimostrano e non spiegano, ma argomentano e l'argomentazione è lo strumento della retorica e della controversia.


Filosofi e retori  

    IPlatone contro Isocrate, Boezio contro Cassiodoro, Thomas H. Huxley contro Matthew Arnold, John Dewey contro Jacques Maritain costituiscono tutti diversi, opposti punti di vista, quello filosofico e quello oratorio che hanno interagito in modo controversiale lungo tutta la storia del pensiero e dell'educazione dall'antichità ai giorni nostri.

    In una ipotetica competizione tra filosofi fautori e detrattori della retorica, la squadra dei contrari sarebbe preponderante per numero e in forza.

    Oltre a Platone, una drastica condanna della retorica, giudicata ingannevole e menzognera, è pronunciata da John Locke:

la retorica, quel potente strumento d'errore ed inganno [… ] come il bel sesso ha in sé fascini troppo potenti per tollerare che mai si parli contro di essa. E vana cosa è denunciare quelle arti dell'inganno, nelle quali gli uomini trovano piacere a essere ingannati. (Locke, 1974: III, X, 34)

    Anche Kant si schiera con i detrattori dell' «ars oratoria», intesa come arte di persuadere, «ossia di abbindolare, con una bella apparenza»: «l'arte oratoria, in quanto arte di servirsi della debolezza umana ai propri fini (siano supposti o siano realmente buoni quanto si voglia), non merita alcuna stima». I motivi della sua condanna, che riecheggia temi e idee antiche, sono spiegati in una nota della Critica del Giudizio[1] e sono riassumibili nella avversione per la parola impura, asservita e liberticida, di cui la retorica pare l'istituzionalizzazione (Kant, 2005).

    A dispetto dei giudizi espressi dai filosofi sulla retorica, di cui i precedenti sono solo una minima campionatura, a metà del secolo scorso si è riaffermata l'importanza anche filosofica della retorica, ben espressa, ad esempio, da Ernesto Grassi. Il filosofo italo-tedesco si è occupato in particolare del rapporto tra retorica e filosofia giungendo alla sorprendente convinzione per cui la retorica non sarebbe una semplice modalità di espressione finalizzata alla persuasione, bensì un atto costituivo e fondante del pensare umano: l'ingenium retorico costituisce "il fondamento di ogni processo razionale, derivativo" (Grassi, 1980: 34) e la retorica non è qualcosa che si sovrappone alla filosofia, ma ne è il punto di partenza.[2]

    Tra i pensatori moderni, il primo ad aver portato l'attenzio¬ne sulla dimensione ineludibilmente retorica della parola è stato Nietzsche.[3] Nietzsche ha non solo parlato di retorica ma ha parlato, e fatto filosofia, retoricamente; al punto che è stato considerato un poeta manipolatore, un retore-oratore appunto. Qualcuno l'ha definito "un filosofo contro i filosofi".

    Ciò prova una volta di più, se ce ne fosse bisogno, che la filosofia è essenzialmente e irrimediabilmente controversiale. Lo è non tanto nel senso banale per cui non c'è tesi che un qualche filosofo non abbia sostenuto (se ne lamentavano sia l'oratore Cicerone sia il filosofo Cartesio), quanto nel senso più pregnante per cui la filosofia è un perenne confronto di posizioni diverse e contrarie.

    Sia Cartesio sia Nietzsche sono considerati dei filosofi, ma il primo fa filosofia in maniera articolata, rigorosa e conformemente ad un modulo logico-sillogistico, il secondo in maniera sentenziosa e in forma esplicitamente retorica. Parimenti, prendiamo Aristotele e Kiekegaard, leggiamo un testo di Kant ed uno di Wittgentsein, confrontiamo Heiddeger e Carnap: se tutti sono a ragione definibili filosofi, significa che filosofia si dice in molti modi, e la filosofia contempla contenuti e stili quantomai diversi. Qual è la differenza tra i pensatori menzionati, se tutti sono filosofi? Ciò che li distingue è una particolare "retorica filosofica" (Mason, 1989).

    Oggi tendiamo ancora a prendere le distanze dalla retorica. La tradizione oratoria e quella filosofica hanno divorziato; discorso e ragione, oratio e ratio rimangono due approcci concorrenti.

    Certamente gli oratori dell'antichità erano dogmatici: ritenevano che il compito dell'educazione fosse impartire la verità.

    Certamente la retorica deteriorò in sofistica.

    Certamente la retorica divenne poco a poco una vacua arte declamatoria.

    Ciò giustifica la condanna e i giudizi costantemente negativi pronunciati dai filosofi nei confronti della retorica, considerata corrotta e corruttrice sotto tutti i punti di vista, per i suoi intrinseci vizi di natura cognitiva, metodologica, etica e sociale. La retorica è stata infatti giudicata:

    - un ragionare vizioso perché infondata o fondata su basi irrazionali o a-razionali;

    - una procedura fallace perché superficiale, aforistica, entimematica;

    - un'arte ingannevole perché indifferente alla distinzione vero/falso o, peggio, capace di spacciare il falso per vero.

    - pericolosa per la sua parzialità, demagogia e potere seduttivo.

    Quando poi la retorica si esercita sul dibattito, c'è il timore che essa crei solo individui brillanti che hanno sempre una risposta apparente per tutto e in ogni occasione, cioè disputanti capaci di trovare argomenti fasulli e false ragioni, che sanno sempre come replicare e come mentire.


Filosofia, retorica e verità  

    Ma da quando il filosofo ha incominciato ad interrogarsi più problematicamente sulla verità, integrando il suo interrogarsi sul vero con la clausola if any e da quando il retore ha ripreso a coltivare i "fioretti dialettici" oltre che i suoi "fioretti retorici", il rapporto tra filosofia e retorica è un po' cambiato.

    In particolare da quando la filosofia ha preso a occuparsi a fondo del linguaggio, il come dire (la forma) non è più in insanabile conflitto con il cosa dire (il contenuto).

    Infine, da quando la filosofia fa i conti con la controversia, il filosofo, attore solitamente alquanto monologico e solipsistico, deve fare i conti con la disputa, con la disputa intesa sia come forma di scambio dialogico-cooperativo sia come forma di scambio polemico-competitivo.

    Così oggi possiamo dire che, accanto ai suoi noti limiti e vizi, alla retorica sono riconosciuti i seguenti pregi e valori.

    Dal punto di vista cognitivo, la retorica può fornire schemi euristicamente validi a cogliere i molteplici aspetti del reale.

    Dal punto di vista metodologico, è associata con apertura critica.

    Dal punto di vista etico, è associata con prudenza ed antiautoritarismo

    Dal punto di vista sociale, è nel contempo indice e promotrice di apertura mentale o –se vogliamo dirlo "retoricamente", nel tradizionale senso del termine– di antidogmatismo, democrazia, tolleranza.


Filosofia e retorica nel dibattito  

    Queste quattro dimensioni della retorica e la retorica stessa caratterizzano quella peculiare attività umana che contraddistingue l'uomo, vale a dire il processo del discutere/dibattere.

    Anche in un dibattito si possono utilmente distinguere una dimensione logico-cognitiva, una metodologica, una etica ed una sociale.

    Il dibattito è la terza via tra il monologo e il dialogo, la terza opzione tra un duetto e un duello. Un ping-pong di ragioni che rimbalzano da una parte all'altra pare una valida alternativa all'indifferenza e allo scontro.

    E se lo scopo di una buona discussione è quello di trasformare una contrapposizione di argomenti (un pro e un contro, un "x vale quanto y") in un modulo selettivo (un pro o un contro, un "x è migliore di y perché") che consenta una valutazione ponderata e quindi una scelta fra due posizioni, rientra in essa sia una dimensione filosofica sia una dimensione retorica.

    Nella dimensione filosofica rientrano le regole e i doveri "dialettici" (logici ed etici) del disputante, operanti a livello normativo (ciò che si dovrebbe fare).

    Nella dimensione retorica rientrano le mosse e i diritti "oratòri" (comportamentali e sociali) del disputante, individuabili sul piano descrittivo (ciò che si fa).

    Abbiamo regole dell'onesta e leale discussione e mosse dell'abile polemista, e di conseguenza due diversi livelli di analisi, quello normativo e quello descrittivo.

    Il livello descrittivo ci offre una rappresentazione realistica di una situazione concreta, il livello normativo ci offre un codice di condotta per ottenere il massimo e il meglio da un dibattito, al fine di elaborare un insieme di strumenti utilizzabili e non utopici per chi discute.

    Le regole e i diritti "filosofici" codificati del dibattito sono del tipo:

    1. Non ritenerti infallibile.

    2. Cerca un punto di partenza comune.

    3. Attieniti a ciò che ritieni vero.

    4. Porta le prove richieste dall'interlocutore.

    5. Non sfuggire alle obiezioni.

    6. Non scaricare l'onere della prova.

    7. Sii pertinente.

    8. Sii chiaro.

    9. Non deformare la posizione della controparte.

    10. In caso di dubbio, sospendi il giudizio, se possibile.

    Ma che fare se l'avversario non rispetta queste regole e questi doveri? Le ipotesi di risposta che comporta questo problema non sono state finora adeguatamente considerate nel processo educativo.

    Un decalogo integrativo –non un controdecalogo– di mosse e diritti "retorici" potrebbe essere il seguente.

    1. Abbiamo il diritto di mettere tutto in dubbio.

    2. Abbiamo il diritto di non esplicitare i fatti e gli argomenti sfavorevoli.

    3. Abbiamo il diritto di sottrarci alla strategia dell'avversario.

    4. Abbiamo il diritto di difendere noi stessi e le nostre posizioni.

    5. il diritto di concludere il nostro discorso. (Diritto elementare, ma non sempre riconosciuto quando si discute).

    6. Abbiamo il diritto di aspirare alla vittoria.

    7. Abbiamo il diritto di usare i nostri argomenti.

    8. Abbiamo il diritto di rivolgerci ad una terza parte (giudice, pubblico, mediatore).

    9. Abbiamo il diritto di essere giudicati per quel che diciamo e non per quel che abbiamo fatto.

   10. Abbiamo il diritto di cambiare d'accordo con la controparte le regole della discussione. Il dibattito è infatti l'unico gioco in cui le regole possono stabilirle e concordarle i giocatori.

    Sono queste le mosse descrittive di uno scambio fattuale che si aggiungono alle regole normative di una discussione ideale.

    Abbiamo bisogno diritti e di doveri, di regole e di mosse. Diceva John Stuart Mill nella sua opera dedicata alla libertà di parola e di espressione: sono necessari insieme l'ordine e la rivoluzione, l'uguaglianza e la proprietà, la cooperazione e la competizione perché l'uno limiti reciprocamente gli eccessi dell'altro: ciascuno di questi modi di pensare/agire deriva la sua utilità dalle carenze dell'altro: ma è in larga misura l'opposizione dell'altro a mantenere ciascuno nei limiti del ragionevole buon senso (Mill, 2010).

    Logica e retorica, dimostrazione e argomentazione vanno a braccetto nel dibattito. L'oratore e il disputante devono a essere attrezzati sia di strumenti logici che di strumenti retorici. Non basta pensare bene, occorre parlare bene. Bisogna avere ragione, bisogna saperla esprimere, bisogna riuscire a farsela riconoscere.

    In un dibattito il problema riguarda non tanto l'uso di mosse retoriche (che sembra inevitabile), ma il fatto che chi vi partecipa non sia capace di individuare e di neutralizzare le fallacie, intenzionali o involontarie, gli errori, i trucchi. Se uno si serve di mosse retoriche, sarà compito della controparte identificarle e rintuzzarle.

    Certo, spesso chi discute è platealmente parziale, usa argomenti capziosi, espone la questione in modo impreciso, utilizza dati e argomenti unilaterali, travisa l'opinione avversa, magari in buona fede. Nelle discussioni accese il polemista ricorre intenzionalmente ad invettive, al sarcasmo, ad attacchi personali, a mosse sleali. Ma quanto diceva Martin Luther King a proposito dei diritti civili è applicabile anche al dibattito che si vorrebbe civile: "Ciò che deve preoccupare non è l'urlo delle gente brutale, ma il silenzio degli onesti".

    Sicuramente il connubio di comunicazione e conoscenza, la combinazione di arte della parola e scienza è l'ideale auspicabile: sapientia cum eloquentia e eloquentia cum sapienta era il celebre chiasmo ciceroniano (De Inventione, I, 1). Quella prodigiosa alleanza tra pensiero e parola che gli antichi avevano voluto fu rotta dai "discepoli di Socrate che allontanarono da sé gli oratori e li privarono del nome di filosofo che prima era comune agli uni e agli altri" (De oratore, III, 19: 73).

    Il ristabilimento di quella mirabile alleanza ripristinerebbe anche il significato, la funzione e la forza del logos, concetto cruciale diventato ambiguo. Non ragione o parola, ma ragione e parola, vale a dire quel logos "che ci ha permesso di perfezionare quasi tutto ciò che abbiamo acquisito civilmente. Infatti è il logos che ci ha fornito i criteri di giusto e sbagliato, di onesto e disonesto, principi senza i quali non saremmo in grado di vivere in società… il parlare bene è per noi la prova più sicura del pensare bene… È grazie al logos che discutiamo di ciò che è controverso e che indaghiamo ciò che è oscuro. In una parola, al logos fanno capo tutte le azioni e i pensieri e coloro che se ne servono sono i più saggi di tutti gli uomini" (Isocrate, Antidosis: 254-257).

    Per questo Isocrate reclamava per l'oratore il titolo di "filosofo", perché a suo giudizio l'altezza filosofica era raggiunta dall'eloquenza oratoria.

    Se un buon uso della parola è l'indizio più sicuro di un buon ragionamento, come dice in modo interessato ma condivisibile Isocrate, un buon uso del dibattito è il segno più sicuro di una buona società, perché, potremmo dire, con Kimball (1995: xix), «Socrate aveva ragione se parliamo della verità, gli oratori avevano ragione se parliamo della società».

    Dibattere è un'arte liberale e liberante. La persona "perfettamente educata in tutte quelle arti che sono degne di un libero cittadino" è colui che ha acquisito la libertà di pensare, la libertà di dire e, più importante ancora, la libertà di controargomentare in una comunità in cui si valorizzi al massimo il pensiero indipendente la "comprensione" (nel suo duplice senso di "atto di capire" e di "atto di far proprio") con il fine di utilizzare il meglio che sia stato pensato e detto nel mondo.

    Cicerone si pone all'inizio del suo De inventione (1, 1) questo interrogativo: se sia maggiore il bene o il male che ha arrecato alla società e agli uomini la copia dicendi e l'eloquentiae studium, cioè la retorica.

    Sulla base delle precedenti considerazioni, la nostra risposta è: la retorica ha arrecato danni, ma può arrecare bene se una sufficiente libertà/abilità di parola (parresia) è distribuita in maniera sufficientemente paritaria ed egalitaria (isegoria). E questa felice combinazione si ha con l'introduzione sulla scena del teatro filosofico, accanto al pensatore-protagonista, di un secondo personaggio che svolga il ruolo di antagonista, di interlocutore o di oppositore, e sulla scena pedagogico-sociale con l'introduzione di una adeguata educazione filosofica abbinata da una formazione al dibattito, come avveniva nella buona tradizione della disputatio scolastica medioevale.

    Filosofia retorica e retorica filosofica possono sembrare due ossimori. Certo quella retorica è più un'arena passionale, quello filosofico è più un asettico laboratorio. In un'arena sono solleticate le passioni, in un laboratorio contano i dati. Nella prima le conclusioni sono raggiunte per deliberazione, nel secondo sono il risultato di un'inferenza logica.

    In realtà c'è molta retorica nella filosofia e c'è molta filosofia nella retorica. Anzi, di più: ogni filosofia è retorica. E un filosofo è un oratore-retore quasi sempre a propria insaputa.

    Come la retorica, la filosofia è un mezzo e non un fine. È uno strumento. Uno strumento per pensare autonomamente (con la propria testa) e creativamente (in modo nuovo e fruttuoso), per produrre argomenti convincenti o almeno persuasivi e per giudicare in modo critico (nel doppio senso che ha il termine "critico", ossia in modo valutativo e in modo polemico-oppositivo).

    Come la dialettica, la filosofia è simile alla retorica e da essa diversa, ne è l'analogo e la controparte. La retorica a sua volta è sia subordinata sia coordinata rispetto alla filosofia. Ne è l'antistrophos, per riprendere il discusso termine introdotto da Aristotele per designare rapporto problematico che sussiste tra dialettica e retorica. Rapporto che esprimerei in questo modo: entrambe utilizzano la medesima struttura inferenziale, ma mentre la filosofia dovrebbe partire dalle premesse per ricavarne una conclusione convincente, la retorica parte dalla conclusione, che è già certezza del retore, per cercare e esplicitare le premesse che rendano tale conclusione accettabile all'uditorio.

    In retorica si assumono le conclusioni che si presume siano sostenute e legittimate da certe premesse, mentre in filosofia si assumono le premesse che si presume sostengano e legittimino una certa conclusione. Nell' uno e nell' altro caso si parte da assunzioni che bisogna giustificare, non da dati. E la giustificazione si costruisce nel dibattito o meglio in quella che un tempo si chiamava la disputatio.

    C'era una volta la disputatio, che combinava insieme dialogo e polemica, ragione e astuzie della ragione, comprensione e persuasione.

    Potrà mai la disputa tornare ad essere, come nei tempi passati, la forma del dialogo e il mezzo di formazione al dialogo? Torneranno ad esserci, oltre che retori, anche disputanti felici? Anche se mai tornerà un' epoca storica in cui la retorica sia, con la filosofia, il vertice massimo dell' educazione e del sapere, una buona teoria e una buona pratica dell' argomentazione possono ricostituire l' equilibrio del chiasmo ciceroniano sapientia cum eloquentia, eloquentia cum sapientia.

    Sempre sia lodato il dialogo: il dialogo è l' atteggiamento giusto per chi vive in comunità. Ma sempre sia lodata anche la polemica: la polemica è l' atteggiamento giusto per chi vuole comprendere.

    L'atteggiamento dialogico-cooperativo è più conforme ad uno spirito di verificazione: la discussione in ottica cooperativa mira trovare le soluzioni più accettabili o le conclusioni più condivise. L' atteggiamento polemico-competitivo invece è conforme ad uno spirito di falsificazione, per cui la discussione funge da filtro per individuare le carenze e i limiti delle proposte.

    Concordia o verità? Pax aut veritas? Senza necessariamente dover operare un rovesciamento dei valori alla Nietzsche, una composizione di queste due esigenze sembra possibile ed è necessaria.

    È possibile se consideriamo gli aspetti dialogici insiti nella controversia e nel dibattito polemico: chi accetta di discutere con qualcuno riconosce valore all'interlocutore, lo ascolta e prende in considerazione il suo punto di vista e, difendendo le proprie idee, insieme cerca di confutare le sue.

    È necessaria se puntiamo ad una verità che va ricercata e non ad una verità che va trasmessa e impartita. A render liberi non è solo la verità, secondo il dettato evangelico, ma anche la semplice ricerca della verità.

    Il modello educativo contemporaneo si ispira naturalmente più agli ideali filosofici che a quelli oratori-retorici. Ma non è stato sempre così. Nel passato la cultura pedagogica è stata debitrice più a pensatori come Isocrate, Cicerone e Quintiliano che a Socrate, Platone e Aristotele.

    Aristotele aveva anticipato e cercato di risolvere il problema del dire bene da filosofo (dire il vero e il giusto) e dire bene da retore (dire il persuasivo), definendo la retorica "la facoltà di scoprire ciò che c'è di persuasivo in ogni discorso". Aristotele quindi intendeva la retorica non come l'arte di persuadere, ma la capacità di scoprire tutto ciò che ha una funzione persuasiva. Una distinzione analoga negli anni Sessanta del secolo corso consentiva di mantenere la scienza distinta dagli usi della scienza, per quanto potenzialmente perversi e micidiali fossero questi usi. Ma a molti può sembrare più una soluzione-scappatoia che una risposta davvero risolutiva.

    Possiamo forse fare un passo avanti rispetto alle mera distinzione, in direzione di una fattibile integrazione.

    Come dicevamo, i filosofi hanno di mira la verità in sè, mentre gli oratori hanno in mente la verità in comunità: la verità è un valore filosofico, mentre la negoziazione e l'educazione discorsiva sono valori sociali; e i due valori vanno contemperati se si aspira ad un'educazione liberale. Si possono, e si devono armonizzare, se si concepisce l'educazione non come un processo mediante il quale si impartisce la verità, ma un processo che favorisca la ricerca della verità.

    Ricapitolando: in attesa che tutti gli uomini buoni diventino bravi e che tutti i bravi diventino buoni, si può auspicare almeno che i filosofi diventino un po' più oratori e acquisiscano consapevolezza della loro retoricità e gli oratori diventino un po' più filosofi e acquisiscano consapevolezza del loro essere qualcosa di più che teorici e praticanti della retorica.

    Parlare bene è indice e causa del pensare bene. Pensare bene significa anche pesare i pro e i contro, confrontandosi con gli altri dialogicamente o polemicamente. Cioè pensare bene è anche argomentare e controargomentare. E l'argomentazione è lo strumento tipico della retorica e della filosofia. In questa circolarità risiede, ritengo, il rapporto tra filosofia e retorica: argomentare è un'operazione che ha natura prettamente retorica e ha finalità prettamente filosofica.

    Per questo riteniamo che una "Palestra di botta e risposta" in cui si eserciti la "disputa filosofica" come pratica didattica di formazione al dibattito nella scuola (Nicolli e Cattani, 2008) sia utile, preziosa e necessaria.


Bibliografía

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HAWKING, S. e MLODINOW, L. (2010); Il grande disegno. Milano: Mondadori.

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KANT, I. (2005); Critica della Ragion Pura. Roma: Laterza.

——- (2006); Critica del Giudizio. Roma: Laterza.

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LOCKE, J. (1974); An Essay concerning human understanding, v. II, ed. and intr. by John W. Yolton, London/New York: Dent/Dutton.

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NIETZSCHE, F. (1912); Rethorik, in Werke, XVIII. Leipzig: Kroener Verlag.

 

 

RECIBIDO: 10/07/2011 | ACEPTADO: 29/07/2011


 


[1] Kant (2006: I, 1, 53).


[2] Grassi valorizza l'umanesimo italiano, contro la tradizione scientista. Considera centrali la metaforicità e l'ingenium che si manifestano nell'immaginazione, nell'attività e nel linguaggio. Solitamente si ritiene, invece, che la metafora non sia altro che un decoro linguistico che nulla aggiunge alla sua sostanza.


[3] Nelle sue lezioni di Basilea sulla retorica (Nietzsche, 1912).