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Retorica e menzogna

Rhetoric and lying

Maria Silvana Celentano

Università «G. d’Annunzio» Chieti-Pescara

(Italia)
ms.celentano@libero.it

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Abstract

L’arte retorica è presente nel mondo occidentale almeno da duemilacinquecento anni e nella sua lunghissima storia ha goduto di alterne vicende: a partire dalla civiltà greca che per prima l'ha teorizzata e praticata, la retorica è stata considerata utile e gratificante per il singolo e le collettività o al contrario è stata vista come l'abilità a manipolare uomini e situazione a vantaggio di uno o di pochi. Nella civiltà contemporanea, mediatica e globalizzata, in cui l'individuo è cittadino del mondo e con il mondo intero può comunicare istantaneamente a molti livelli, la retorica sembra essere ad un tempo una realtà più nota, più familiare, ma anche più sfuggente e più sottile. Inutile negare che nell'opinione comune è ben presente un'accezione della retorica secondo cui tutto quello che è retorico è di fatto, artificioso, non spontaneo, non autentico e in quanto tale negativo. Non è raro sentir dire "lo dico senza retorica", quasi a voler dare più forza e credibilità a quanto si afferma. Come se tutto quello che appare autentico sia vero e perciò positivo, ma soprattutto naturale e spontaneo, non creato artificiosamente. Come è naturale, discorsi, le parole possono essere menzogneri e possono pure persuadere, così come gli atteggiamenti del volto o le intonazioni della voce o alcuni gesti. Dunque qualcosa in comune retorica e menzogna sembrano averlo. Ma la menzogna è di certo l'atto meditato e volontario di nascondere qualcosa che è vero con parole e gesti che simulano sincerità, autenticità. E la retorica è inganno, simulazione menzogna? Retorica e menzogna sono due termini che hanno affinità stretta? O al contrario sono accostati perché rinviano a due realtà molto distanti tra loro? Insomma che rapporto c'è tra retorica e menzogna? Questo è quello che cercherò di indagare a partire dalle testimonianze più antiche, greche e latine.

Parole chiave: comunicazione e retorica (in Grecia e a Roma) – persuasione – simulazione – abilità oratorie – strategie d'amore.

Abstract

The art of rhetoric has been present in the Western world at least for twenty-five hundred years and it has had its ups and downs in its extremely long history. Rhetoric was first theorized and practiced by the Greek civilization and has been considered useful and gratifying both for the individual and the community or, on the contrary, it has been considered a device to manipulate people and situations to the advantage of just one or few individuals. In our contemporary mediatic and globalised civilisation rhetoric seems to be a more familiar but also more shifting and subtle phenomenon. It is useless to deny that there is a negative commonplace idea of rhetoric as artificial, non-spontaneous and non-authentic. It is not rare to hear someone say “I say it without being rhetorical”, almost as if they intend to give more force and credibility to what they are affirming. Naturally, discourses and words can also be untruthful and persuasive. Therefore, rhetoric and lying seem to have something in common. Thus, is rhetoric deceit, simulation and lying? Are rhetoric and lying terms which have close affinities? In other words, what is the relationship between rhetoric and lying? This is what I will attempt to investigate starting with the most ancient Greek and Latin examples.

Keywords: communication and rhetoric (in ancient Greece and Rome) – persuasion – simulation – oratorical skills – love strategies.

Resumen

El arte de la retórica está presente en el mundo occidental al menos desde hace dos mil quinientos años y en tan extensa historia ha experimentado altibajos: a partir de la civilización griega que la teorizó y practicó por primera vez, la retórica ha sido considerada últil y gratificante para el individuo y la comunidad o, por el contrario, ha sido percibida como la habilidad para manipular a los hombres y las situaciones para favorecer a unos o a pocos. En la civilización contemporánea, mediática y globalizada, en la que el individuo es ciudadano del mundo y puede comunicarse de modo instantáneo con el mundo entero en múltiples niveles, la retórica parece que es desde hace un tiempo una realidad más conocida, más familiar pero también más esquiva y más sutil. Es inútil negar que en la opinión común está bien presente una acepción de la retórica según la cual todo aquello que es retórico es de hecho artificial, no espontáneo, inauténtico y en tanto tal, negativo. No es raro escuchar decir “lo digo sin retórica”, como para dar más fuerza y credibilidad a lo afirmado. Como si todo aquello que parece auténtico es verdadero y por eso positivo, pero sobre todo natural y espontáneo, no creado artificialmente. Como es lógico, los discursos y las palabras pueden ser mentirosos y pueden también persuadir, de igual modo que las expresiones de la cara y las entonaciones de la voz o algunos gestos. Así que algo de común deben de tener la retórica y la mentira. Pero la mentira es sin duda el acto de ocultar de modo meditado y voluntario algo que es veradadero, mediante palabras y gestos que simulan sinceridad, autenticidad. ¿Y la retórica es engaño, simulación mentirosa? ¿Retórica y mentira son dos términos que tienen una afinidad secreta? O, por el contrario, están vinculados porque reenvían a dos realidades muy distantes entre sí. En suma, ¿qué relación hay entre retórica y mentira? Esto es lo que buscaré indagar a partir de los testimonios más antiguos, griegos y latinos.

Palabras clave: comunicación y retórica (en Grecia y Roma) – persuasión – simulación – habilidad oratoria – estrategia amorosa.


“Lo dico senza retorica”

Nata più di duemilacinquecento anni fa, la retorica nella sua lunghissima storia ha goduto di alterne vicende: a partire dalla civiltà greca, che per prima l'ha teorizzata e praticata nel mondo occidentale, è stata considerata utile e gratificante per il singolo e le collettività o al contrario è stata vista come l'abilità a manipolare uomini e situazione a vantaggio di uno o di pochi. Nei secoli le sono state riconosciute valenze filosofiche, etiche, estetiche, pedagogiche ed ha avuto strette connessioni con la vita civile e politica; oppure è stata considerata soltanto come repertorio di strumenti stilistici, magari anche raffinatissimi ed elaborati, da poter applicare ai contenuti più vari.
    Questa succinta sintesi mette già in luce la complessità e la molteplicità del fenomeno 'retorica' che ancora oggi è parte integrante della vita individuale e sociale e che continua a mutare nelle forme, nelle modalità d'uso. Nella civiltà contemporanea, mediatica e globalizzata, in cui l'individuo è cittadino del mondo e con il mondo intero può comunicare istantaneamente a molti livelli –informatico-elettronico, ma anche a viva voce e con immagini in tempo reale– la retorica sembra essere ad un tempo una realtà più nota, più familiare, ma anche più sfuggente e più sottile. Ormai tutti sanno più o meno che ogni discorso, ogni spot pubblicitario, ogni prodotto artistico (libri, opere d'arte, films ecc.), al di là di un'impressione personale, richiede strumenti di interpretazione per essere compreso pienamente. Insomma c'è una tesi di fondo che è esposta, narrata, rappresentata ecc. che può piacere o non piacere, che può coinvolgere, che può far sentire partecipi o al contrario può provocare indifferenza o addirittura avversione. E occorre un bagaglio minimo di strumenti per poter essere certi non solo di avere un'impressione, ma di elaborare un giudizio motivato per apprezzare o disapprovare la tesi proposta.
    Spesso si improvvisano dibattiti su temi anche importantissimi con interlocutori disparati e il risultato è che spesso non si dialoga, non si ascolta se non la propria voce, non si mette a confronto un parere articolato, ma si propongono punti di vista troppo parziali e con toni spesso accesi, che servono solo a far crescere il livello di litigiosità e che affossano definitivamente il dialogo che dovrebbe contraddistinguere un dibattito che davvero rispecchi tutti i punti di vista. Per non parlare del fatto che spesso si assiste ad attacchi personali, a giudizi sulle persone piuttosto che sulle opinioni che esprimono. Di certo, se consideriamo che in un confronto tra più persone di fatto risulta più abile degli altri l'interlocutore che sa imporsi di più, che sa interrompere e continua a farlo, che usa una gestualità o un tono di voce che sovrasta gli altri, forse non possiamo avere un'opinione positiva dell'arte del discorso, della tecnica del discorso, della retorica insomma.
    A questo si aggiunga che nell'opinione comune è piuttosto diffusa un’accezione negativa della retorica, fondata sul fatto che i termini retorica (sostantivo) / retorico (aggettivo) rinvierebbero a una realtà di fatto artificiosa, non spontanea, non autentica, e dunque a un’intenzione comunicativa ingannevole, dolosa. Insomma l’arte della persuasione sarebbe piuttosto l’arte della manipolazione delle opinioni altrui.
    Non è raro sentir dire “lo dico senza retorica”, quasi a voler dare più forza e credibilità a quanto si afferma. Come se tutto quello che appare autentico sia per questo esente da menzogna, vero e perciò positivo, ma soprattutto naturale, del tutto spontaneo, non creato artificiosamente.
    Ma retorica e menzogna sono davvero due termini che hanno affinità stretta? O al contrario sono accostati perché rinviano a due realtà molto distanti tra loro? Insomma che rapporto c'è tra retorica e menzogna?
    I discorsi possono essere menzogneri e possono pure persuadere, così come gli atteggiamenti del volto o le intonazioni della voce o alcuni gesti. Dunque qualcosa in comune retorica e menzogna sembrano averlo. Ma la menzogna è di certo l'atto meditato e volontario di nascondere qualcosa che è vero con parole e gesti che simulano sincerità, autenticità. E la retorica è anch’essa inganno, simulazione menzogna?
    Ma che cosa è esattamente la retorica? Forse è lo strumento per dominare le parole a piacimento nella comunicazione verbale, un po’ come Humpty Dumpty illustra ad una perplessa e critica Alice?:


«Quando io uso una parola» disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante «questa significa esattamente ciò che decido io … né più, né meno».
«Bisogna vedere» disse Alice «se lei può dare tanti significati diversi alle parole». Bisogna vedere» disse Humpty Dumpty «chi è che comanda …è tutto qua». (Carroll, 1978: 203)

    In realtà, per capire la natura della retorica, le ragioni della sua nascita e l'inarrestabile suo sviluppo e consolidamento nel mondo occidentale, è all'ambito più generale della comunicazione che dobbiamo fare riferimento, alla molteplicità delle prospettive da cui si può esaminare la comunicazione verbale e alla complessità dei problemi che si incontrano quando si cerca di capire le norme che la regolano.
    La consapevolezza del fascino e del potere esercitato dalla parola è profondamente radicata nel mondo occidentale, e testimoniata almeno fin dalla cultura e civiltà greca. E naturalmente è parallela la coscienza del potenziale inganno dell'ambiguità insita nella parola. Non è un caso che i Greci non solo hanno rappresentato la Persuasione come attitudine intellettuale, ma l’hanno anche personificata come divinità. Nelle raffigurazioni (in scultura e pittura) è associata al culto di Afrodite, accanto ad Eros e alle Cariti: simbolizza ad un tempo seduzione e inganno. [1] Peithò è suadente, ma può non essere fonte di verità: ha un che di umano e divino, di veritiero e ingannevole. La sua seducente ambiguità affascina.
    Secondo le testimonianze antiche la nascita della retorica, dell'arte di costruire discorsi persuasivi, si colloca in un luogo e in un momento ben preciso: in Sicilia, all'indomani della cacciata dei tiranni (467/466 a.C.), nelle cause intentate dai proprietari espropriati ingiustamente delle loro terre dai tiranni appunto. [2]
    Si noti che dunque il sorgere di una arte oratoria è legato fin dall'origine ad una finalità pragmatica ben precisa (in questo caso ottenere un bene tolto a forza) e non all'opportunità di creare un discorso più gradevole, più ornato, per intrattenere uno o più interlocutorio.
    Ma le riflessioni sul potere esercitato dalla parola abile ed efficace non si sviluppano solo a partire dal sec. V a.C., né sono conseguenti al costituirsi della pratica pubblica dell'oratoria giudiziaria e poi delle altre tipologie di oratoria. In realtà dobbiamo risalire almeno fino ad Omero (sec. VIII a.C.).
    Come è noto, le prime forme espressive della civiltà greca hanno una lunga gestazione orale prima di essere fissate per iscritto e dunque è la poesia, quella omerica è il ritmo esametrico, il ripetersi di formule che individuano con precise connotazioni dei ed eroi o segnalano la scansione del racconto epico che per primi ci danno notizia dell'importanza fondamentale della parola, utile e preziosa tanto quanto il coraggio e la forza nel combattimento o la sagacia con cui si affrontano battaglie; ci danno esempi dell'abilità elocutiva di alcuni eroi, delle modalità di interlocuzione tra individui o in un'assemblea, di confronto dialettico e così via. [3] Non è un caso che, diversi secoli dopo l’età omerica, quando i Greci hanno delineato una storia della retorica hanno parlato di Omero come inventore della stessa.
    In composizioni che narrano di una lunga e dolorosa guerra (Iliade) o di straordinarie avventure di ritorno in patria (Odissea), la parola evidentemente svolge un ruolo fondamentale e non solo come racconto oggettivo di azioni, come descrizione di luoghi e personaggi, ma soprattutto come strumento di comunicazione dei personaggi nello svolgimento di differenti attività (in assemblea prima di una battaglia; in missioni diplomatiche per allontanare il pericolo di secessioni dannose –si pensi all’ambasceria di Nestore, Odisseo e Aiace presso Achille perché non abbandoni Troia, offeso da Agamennone (Il. 9: 181 ss.); nel confronto con l'avversario prima di un duello, nelle pause tra le battaglie in conviti e simposi, nelle richieste di aiuto e ospitalità presso popoli stranieri e sconosciuti –vedi il caso di Odisseo (Od. 6: 148 ss.)–; nelle espressioni di dolore per la morte di qualcuno, nella supplica –ad esempio quella di Priamo presso Achille per riavere il corpo di Ettore (Il. 24: 485 ss.) ecc. Anche gli dei parlano sia tra loro nei concili, sia con gli uomini.
    E ancora: le parole e i discorsi a volte sono anche volutamente ingannevoli. Si pensi ad esempio ai falsi racconti che Odisseo, sotto le mentite spoglie di un Cretese inventa nella seconda parte dell'Odissea (13: 256 ss.; 14: 190 ss.; 16: 61 ss.; 19: 164 ss. and 332 ss.). Ed era risaputo che i Cretesi erano bugiardi per natura, per definizione! (Tosi, 1991: 133). A proposito di discorsi ingannevoli: Omero descrive il racconto di Odisseo a Penelope, ignara della sua vera identità, e sottolinea anche l'effetto emozionale prodotto dal racconto quanto mai verisimile: “parlava, e diceva molte menzogne simili al vero; e lei ascoltava piangendo, il volto inondato di lacrime” (Od. 19: 203 s.). [4]
    Aggiungiamo a questo quadro che dopo Omero la riflessione sulle potenzialità della parola si amplia: ci si interroga sul rapporto tra l'espressione linguistica e l'elaborazione del pensiero e in generale sull'interazione tra l'uomo e la realtà fisica in cui vive e quella intellettuale che elabora nella sua conoscenza del reale.
    Ma ancora non si parla di retorica. Si può infatti parlare della nascita di una techne retorica solo quando il discorso non è più un talento personale, una qualità nativa del singolo, ma quando si cominciano a identificare e quindi a fissare norme precise per la costruzione, la strutturazione e la declamazione di un discorso convincente, al fine di modificare, in termini concreti, la situazione personale e la vita di relazione degli individui.
    Come dicevo in precedenza, le fonti antiche collocano il sorgere della retorica in Sicilia, dopo la cacciata dei tiranni, quando fu necessario che i singoli cittadini intentassero causa per vedere riconosciuta la legittima proprietà su terreni precedentemente loro sottratti a forza. E in base al diritto greco chi intentava causa doveva sostenerla in prima persona, patrocinare se stesso. Ecco dunque che in modo altrettanto pragmatico nasce la necessità di abbozzare una precettistica che suggerisse agli utenti argomenti e tattiche oratorie da impiegare. Insomma si può e si deve imparare a proporre ai giudici la propria tesi con forza argomentativa e piacevolezza suadente.
    L'eloquenza diventa qualcosa che può essere insegnato e appreso che comincia a riguardare e molto da vicino il singolo individuo e non solo un eroe o un poeta, che ha concrete ricadute nella vita personale e sociale. Il primo grande momento di espansione della retorica si attua nelle strutture socio-politiche della polis greca, dopo che maestri e scuole di retorica si insediano ad Atene, nelle continue occasioni di confronti di idee offerte dalle assemblee politiche, dai dibattimenti giudiziari. Sono soprattutto i Sofisti (in particolare Protagora di Abdera, Gorgia di Leontini) che rielaborano i precetti già conosciuti e soprattutto codificano l'opinabilità del reale, la relatività, per così dire, della conoscenza: non esiste una sola interpretazione autentica della realtà, ma ne esistono tante, perché ad ogni individuo la realtà appare diversa. Di qui la necessità di padroneggiare il mezzo verbale da parte di ciascuno, per riuscire a far prevalere il proprio punto di vista su quello degli altri. Il che, nell'Atene del V secolo, equivale a battere avversari politici, conquistare cariche pubbliche, vincere processi, avere un largo seguito di sostenitori. Insomma la retorica è uno strumento di democrazia: ci si confronta in pubblico e le tesi più convincenti prevalgono.
    Ad Aristotele si deve l'analisi sistematica del fenomeno retorico, che darà origine ad una plurisecolare tradizione di studi. Per Aristotele la retorica è abilità individuale e quindi tecnica; è scienza, perché deve possedere principi, nozioni, metodi certi; è disciplina teorica, perché attività intellettuale, ma anche prassi, perché legata a precise finalità socio-culturali; è metalinguaggio, perché opera sul materiale verbale.
    E' principalmente la tradizione aristotelica, arricchita con le successive elaborazioni ellenistiche che viene assunta a Roma e adattata alla sua precipua realtà culturale. Pensiamo a grandi personaggi quali Cicerone e Quintiliano: la retorica è il perno delle attività spirituali e culturali dell’uomo e l’oratore non è solo un tecnico della parola, ma un uomo partecipe della realtà del suo tempo.


Abilità oratorie e strategie d’amore

Dopo questa brevissima panoramica sulle linee di sviluppo della retorica classica, [5] vorrei ora soffermarmi sul rapporto tra poesia e retorica a Roma in età augustea, tornando al tema del rapporto tra retorica e menzogna e prendendo in considerazione in particolare un ambito delle relazioni umane in cui i modi e le forme della persuasione contemplano espressamente la mescolanza di autenticità e artificio, che possono rivelarsi insieme davvero preziosi per avere successo: mi riferisco alla complessa e complicata realtà dei rapporti d'amore e alle sottili strategie che sono alla base del loro instaurarsi, prima, e poi del loro perdurare nel tempo. [6]
    L'arte della persuasione si fa arte della seduzione. E le parole possono essere molto seduttive e possono accrescere la credibilità di chi si mostra innamorato e vuole farsi accettare come tale. Insomma un comportamento da perfetto innamorato, unito al linguaggio che da un innamorato ci si aspetta, assicura la vittoria in amore. Esiste, cioè, un'omologia tra le strategie d'amore e quelle oratorie, in virtù del fatto che l'innamorato deve dichiarare esplicitamente il suo sentimento. Peraltro va aggiunto che è altrettanto previsto che ci sia una risposta alla dichiarazione, al corteggiamento e che questa risposta corrisponde alla persuasione raggiunta o non raggiunta, al consenso ottenuto o rifiutato.
    Tale prospettiva retorica delle tecniche seduttive è espressa con grande efficacia dal poeta Ovidio nell'Ars amatoria, un vero e proprio manuale in versi. Perché proprio questo si propone di essere, fin dal titolo, l'Ars amatoria: un trattato di strategia e tattica d'amore, simile a tanti altri trattati tecnici ad uso scolastico, sia nell'intento didascalico, che nell'enunciazione di precetti, spesso illustrati da efficaci esempi. Tradizione, innovazione, trasgressione caratterizzano quest'opera, che coniuga la poesia didascalica con quella elegiaca, con il lusus erudito di derivazione ellenistica. Nel primo libro Ovidio elenca i precetti utili ai giovani Romani per trovare, prima, e conquistare, poi, la donna del cuore. Nel secondo libro dà suggerimenti per far durare una relazione d'amore e, infine, nel terzo –in realtà nemmeno previsto nel piano originario dell'opera– elargisce i suoi consigli di maestro esperto nell'arte dell'amore anche alle ragazze, che così sapranno, al pari dei ragazzi, come accendere e come alimentare la passione d'amore.
    Prendiamo in considerazione il primo libro dell'Ars amatoria. [7] Fin dai versi proemiali Ovidio chiarisce al suo allievo che deve pianificare ordinatamente obiettivi e strategie per conquistare e tenere legata a sé una donna (vv. 35-38):


Principio, quod amare velis, reperire labora,
qui nova nunc primum miles in arma venis.
Proximus huic labor est placitam exorare puellam:
tertius, ut longo tempore duret amor.

“in primo luogo, cerca di trovare (reperire labora) l'oggetto del tuo amore,
tu che ti fai soldato per la prima volta sotto nuove insegne.
Il secondo impegno è conquistare la donna che ti piace;
il terzo è far durare a lungo il nuovo amore.”

    Come per un aspirante oratore, dunque, l'inventio deve costituire il primo compito dell'allievo; ma è un'inventio non di argomenti adatti ad un discorso, bensì del tipo di donna ideale per il corteggiamento e la conquista. Comunque è richiesto un pari impegno di attenzione e disciplina (vv. 41-44):


Dum licet et loris passim potes ire solutis,
elige cui dicas ‘tu mihi sola places’.
Haec tibi non tenues veniet delapsa per auras:
quaerenda est oculis apta puella tuis.

“finché puoi andare dove vuoi senza la briglia al collo,
scegli una ragazza e dille: 'sei l'unica a piacermi'.
Ma non apparirà davanti a te come dono disceso dal cielo:
devi cercarla tu coi tuoi occhi la ragazza adatta.”

    Diversamente dall'oratore, che deve trovare dentro di sé nell'animo, nell'intelletto, i temi da sviluppare nel discorso, l'aspirante seduttore deve cercare all'esterno l'oggetto del suo amore e deve identificarlo non con la mente, ma con gli occhi. E i luoghi nei quali cercare non sono luoghi astratti, virtuali, ma luoghi reali; peraltro il giovane Romano non dovrà nemmeno intraprendere viaggi pericolosi, defatiganti e a volte funesti. Basterà frequentare soprattutto il teatro e il Circo Massimo, ma anche passeggiare per il portico di Ottavia, di Pompeo, di Livia, andare ai Fori o al tempio di Venere, dove persino “il giureconsulto spesso è da Amore preso al laccio” (v. 83). [8] Già, perché nella Roma di Augusto si trovano tutte le più belle ragazze del mondo (vv. 55-66). Questi ultimi versi, in particolare, costituiscono un vero e proprio elogio parodico della Roma augustea. Non sono le virtù belliche o politiche o culturali degli uomini di Roma ad essere esaltate, ma le attrattive seducenti delle donne di Roma! [9]


    Ai vv. 459-465, si legge l'invito esplicito ad apprendere le tecniche retoriche e non solo per difendere imputati in tribunale:


Disce bonas artes, moneo, Romana iuventus,
non tantum trepidos ut tueare reos;
quam populus iudexque gravis lectusque senatus,
tam dabit eloquio victa puella manus.
Sed lateant vires, nec sis in fronte disertus;
effugiant voces verba molesta tuae.
Quis, nisi mentis inops, tenerae declamat amicae?

“impara, o gioventù romana, impara le arti liberali,
e non soltanto per difendere trepidi imputati:
come il popolo e il giudice austero e l'eletto senato,
si arrenderà anche la ragazza, vinta dalla tua parola.
Ma restino nascoste le tue arti e sii facondo senza ostentazione:
rifugga il tuo discorso da parole ricercate.
Chi mai, se non un pazzo, fa alla sua bella una declamazione?”

    Chi riesce a vincere nelle assemblee popolari (populus), in tribunale (iudexque gravis), in Senato (lectusque senatus) sarà favorito da questo suo bagaglio tecnico e le ragazze si arrenderanno alla sua facondia. L'elemento più interessante è l'esplicitazione di un precetto che vale per ogni buon oratore e che, nella teoria retorica, è codificato fin da Aristotele (Rhet. 3, 1404b18 ss.), quello di dissimulare le tecniche discorsive che si applicano, per sembrare quanto mai spontanei nel parlare e proprio per questo tanto più convincenti quanto più abili. [10]
    Se Ovidio, come dicevamo prima, consiglia ai giovani di dissimulare, nascondere gli artifici oratori del loro discorso, raccomanda anche –e caldamente– di simulare con abilità i sentimenti (vv. 607-612):


Conloquii iam tempus adest; fuge, rustice, longe
hinc, Pudor: audentem Forsque Venusque iuvat.
Non tua sub nostras veniat facundia leges;
fac tantum cupias, sponte disertus eris.
Est tibi agendus amans imitandaque vulnera verbis;
haec tibi quaeratur qualibet arte fides.

“ormai è il momento di parlarle. Via, lontano di qui,
rozzo Pudore: Venere e Fortuna aiutano gli audaci.
Ma la tua eloquenza non sarà sottoposta alle mie leggi:
basta il tuo desiderio a farti subito eloquente.
Devi far l'innamorato, simulare a parole le ferite d'amore:
cerca con ogni mezzo di darle questa convinzione.”

    La facondia naturale proveniente dalla passione è comunque guidata dai suggerimenti del maestro d'amore che, esortando all'inganno, aggiunge che tale inganno non sarà senza successo (vv. 613-614): “Nec credi labor est: sibi quaeque videtur amanda;/ pessima sit, nulli non sua forma placet.” [“ma essere creduti non è grande fatica: si sente ognuna degna d'amore, / e per quanto sia brutta, non ce n'è una che non si veda bella.”].
    La frecciata misogina, peraltro consueta e tradizionale in tanta poesia greca e romana, è temperata da un'altra considerazione che vorrebbe, nelle intenzioni almeno, rendere più docili al corteggiamento le ragazze (vv. 615-618):


Saepe tamen vere coepit simulator amare,
saepe, quod incipiens finxerat esse, fuit.
Quo magis, o, faciles imitantibus este, puellae:
fiet amor verus, qui modo falsus erat.

“spesso tuttavia chi simulava s'innamora realmente
e diventa così ciò che fingeva d'essere all'inizio.
Tanto più compiacenti siate, ragazze, con chi finge:
diventerà un amore vero quello che era prima simulato.”

Il simulatore preda della sua stessa simulazione! [11] Una volta catturata l'attenzione della donna, quasi che la simulazione d'amore sia una sorta di proemio, di esordio del discorso d'amore, bisogna passare ai complimenti e cioè fare l'elogio dei pregi veri o inesistenti, ma non in modo sfacciato, piuttosto insinuando lentamente una lode dopo l'altra. I complimenti alla bellezza sono una cosa che piace persino alle dee (vv. 619-626).
    Altro tipo di simulazione consigliata è quello delle promesse, prima di tutto perché le promesse piacciono alle donne e poi perché si può promettere impunemente: Giove, infatti, ride dei giuramenti d'amore e lui stesso faceva falsi giuramenti a Giunone. Insomma l'exemplum autorevole, l'auctoritas divina ne giustificano l'imitazione generalizzata (vv. 631-636).
    Senza contare che –altro elemento misogino! – le donne per prime sono spergiure e dunque è lecito ingannare chi inganna per primo (vv. 645 s.; 657 s.).
    L'amore è interpretato come una sorta di gioco di simulazione in cui i contendenti sanno di ingannare e di poter essere ingannati. Le lacrime contribuiscono non poco a rendere perfetta la simulazione delle ferite d'amore. Sono un elemento patetico ideale per commuovere e se non sgorgano naturali, si può ricorrere a qualche sotterfugio (vv. 659-662).
    In conclusione, che cosa si può consigliare ad un giovane per convincere una ragazza a ricambiare il suo amore? In effetti una ricetta unica non esiste, perché tante sono le donne e tanto diverso l'animo di ciascuna di loro. Tuttavia se il ragazzo osserverà le regole dell'argomentazione, ivi comprese le strategie psicologiche; se, poi, saprà adattare le proprie parole all'indole della donna prescelta, e ancora alle circostanze, alla forma di comunicazione (dialogo diretto, scrittura epistolare, scambio di messaggi tramite un'ancella, ecc.); ed infine, se saprà presentarsi esteriormente nel modo giusto, facendo seguire alle parole i gesti e le azioni più coerenti con quanto dice, allora avrà una discreta possibilità di successo. La consapevolezza di ciò che è positivo e di ciò che è negativo in una parola, in un gesto, in un'azione, gli eviterà errori e rafforzerà le sue possibilità di ottenere il consenso.
    Complessivamente l'Ars amatoria di Ovidio, in particolare il primo libro di cui abbiamo parlato, presenta elementi di intertestualità, in senso lato, con l'adattamento all'ambito erotico della precettistica retorica, quale era insegnata nelle scuole, praticata nelle assemblee e nei tribunali, codificata nei manuali. Ma Ovidio ha fatto qualcosa di più. Nell'intento di creare una didascalica dell'amore, in realtà ha composto una retorica dell'amore: il linguaggio, la pragmatica legata al linguaggio sono gli elementi guida di un manuale in versi che non è più solo poesia didascalica, non è più solo poesia elegiaca, ma rappresenta piuttosto il percorso intertestuale dell'accostamento dei due generi poetici, un accostamento che trasforma l'Ars in un genere del tutto differente: una poesia tecnica nuova che ingloba al suo interno i dettami e il linguaggio della retorica, la disciplina che per eccellenza si occupava della comunicazione verbale e non verbale.


Bibliogafía

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RECIBIDO: 13/07/2012 | ACEPTADO: 10/08/2012


 


[1] Cf. LIMC 2 (1982: 2-151); OCD: 120 (Aphrodite); LIMC 3.1 (1984: 121 ss.) e 7.1 (1994: 242 ss.); OCD 1131 (Peitho); LIMC 3.1 (1984: 850-942) e 4.1 (1985: 1-12); OCD 556 s. (Eros); LIMC 3.1 (1984: 191-203 ss.); OCD 318; MacLachlan (1993: Charites); Floridi (2007: 235). Cf. anche www.theoi.com, ss.vv.

[2] Si veda ad esempio Cicerone, Brutus 46.

[3] In relazione allo sviluppo della retorica greca descritta nel Brutus e alle abilità oratorie di alcuni eroi omerici ricordati da Cicerone vorrei rinviare a due miei contributi (Celentano, 2008 e 2010).

[4] Traduzione di M. G. Ciani (Omero: 1994).

[5] La sintesi tiene conto di quanto ho esposto in Celentano (1995: 313-320), ma cf. anche Celentano (2001 e 2010).

[6] Per le osservazioni che seguono sul tema del rapporti tra abilità oratorie e strategie d’amore nell’Ars amatoria di Ovidio, rinvio a Celentano (1998: spec. 117-132).

[7] Per quanto riguarda il testo dell’Ars amatoria e la relativa traduzione italiana, le citazioni qui di seguito riportate sono tratte da E. Pianezzola (Ovidio, 1993).

[8] La descrizione dettagliata dei luoghi e il loro ordinato elenco si possono facilmente ricondurre, per un verso, all’ambito dell’accumulazione e, per l’altro, più specificamente, all’ipotiposi. Cf. Lausberg (1969: 158 ss. y 197 s.) e (1990: 399 ss., spec. 406); Mortara Garavelli (1994: 216 ss.) e (2010: 97 s.); e Celentano (1992).

[9] I vv. 55-56 costituiscono il rovesciamento parodico di Prop. 3, 22, 17-18. Per elogi di Roma e dell’Italia –seri e non parodici!– cf. Varr. (De re rust. 1, 2, 3 ss.); Verg. (Georg. 2, 136 ss.); Dion. Hal (Ant. Rom. 1, 36 e Orat. vet., spec. § 3).

[10] Sulla dissimulatio artis nella teoria retorica antica greca e latina, si veda Calboli (1969: 285 s.).

[11] Simulazione e dissimulazione nella tradizione retorica sono due figure di pensiero antitetiche, ma complementari, che operano mutamenti, sostituzioni nel contenuto del discorso. Rientra in questa categoria, come dissimulazione, la famosa ironia socratica che finge incertezza per nascondere la propria opinione. Cf. Lausberg (1969: 237 ss.) e (1990: 446 ss.); Schouler (1986); Népote Desmarres (1994: 886-888); Mortara Garavelli (1994: 265 s.) e (2010: 38 s. e 42 s). Su un peculiare tipo di simulazione/dissimulazione, quella del ‘discorso figurato’, quel discorso che per ragioni di prudenza finge di dire una cosa, ma in realtà dice qualcosa d’altro (Quint. Inst. 9, 1, 14) e sulle differenti modalità tecniche per celare il vero contenuto del discorso medesimo, cf. soprattutto: Chiron (2000, 2003a e 2003b); e Ascani (2006).